Lo Puy Valle Maira - Azienda Agrituristica
giugno 26th, 2017
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Agricoltura in Valli Maira e Grana: problemi e prospettive

SAM 1282

 

Relazione di Giorgio Alifredi all’incontro con la delegazione ministeriale presieduta da Barca  circa  la possibilità di fa entrare val Maira e Grana nel progetto aree interne.

Presentazione

Chi sono: Giorgio Alifredi, titolare dal 1999 dellʼazienda agricola familiare Lo Puy con sede a 1000 m. nel comune di San Damiano Macra (30 h circa di prati, pascoli e boschi). Alleviamo capre da latte e produciamo, in un piccolo caseificio aziendale, formaggi caprini, con annesso agriturismo per degustazioni dei nostri prodotti (in particolare formaggi e capretti). A fine anno inauguriamo due stanze per lʼospitalità. Son presidente dellʼAssociazione Alte Terre.

 

Alte Terre: lʼAssociazione nasce nellʼestate 2012 per volontà di pastori e       montanari delle Alpi occidentali, decisi a reagire al progressivo venir meno delle condizione minime per continuare a vivere e operare in montagna. La popolazione residente subisce oltre allo spopolamento e alla crisi economica generale anche un quadro legislativo che non favorisce o addirittura a volte impedisce la prosecuzione della attività umana sul Monte. Come indicato nella Carta dei valori di riferimento dellʼAssociazione, Alte Terre intende in particolare difendere la permanenza delle famiglie e delle aziende agricole in montagna, mettendo in evidenza gli impedimenti che spesso ne ostacolano lʼattività. La sede legale dellʼAssociazione è presso la Provincia di Cuneo, la sede operativa presso Espaci Occitan di Dronero. La tessera n.1 è del socio Natale Carlotto, già senatore della Repubblica e ispiratore della Legge sulla Montagna del 1994.

 

Considerazioni generali

 

– Come contadino e membro di Alte Terre ritengo il settore primario il cardine della vita dellʼuomo sul Monte. Abbiamo ricevuto in eredità un paesaggio agrario costato la fatica e il lavoro di generazioni di uomini e donne, che non merita lʼabbandono di questo ultimo mezzo secolo. Sono campi, prati e pascoli che hanno per secoli garantito una dignitosa sopravvivenza alla comunità che vi risiedeva e che potrebbe, in un purtroppo possibile triste domani, svolgere ancora questo vitale compito. Ma in questi ultimi decenni si è verificata, per varie cause, una perdita significativa di terreno coltivabile a vantaggio di un veloce rimboschimento.

– Nella realtà odierna lʼagricoltura di montagna, quando praticata, permette produzioni di qualità che hanno un buon mercato e che son la miglior testimonianza del territorio (formaggi, carne allʼerba, salumi, miele, piccoli frutti, mele e pere autoctone, patate, erbe officinali e liquori etc.).

Unʼagricoltura che mantenga il paesaggio agrario e sia per lo più finalizzata alla produzione non di materie prime, ma di prodotti “di nicchia”, trasformati in loco con filiera corta è la vera vocazione economica alpina, senza la quale la sola risorsa turistica rimane inadeguata e artificiale. Si pensa come modello di riferimento al Sud Tirolo. Una montagna senza uomini che la lavorano, puro spazio Wilderness, parco naturalistico, è contro la storia delle Alpi, contro il paesaggio alpino modellato sui prati pascoli.

Primato pastorale

Lʼallevamento zootecnico nella forma pastorale è al centro della produzione agricola montana, sia storicamente sia soprattutto oggi, che assistiamo alla quasi scomparsa delle produzioni vegetali in montagna. In effetti il pastoralismo:

– permette di sfruttare in modo sostenibile terreni poveri, in forte pendenza per essere meccanizzabili, altrimenti non coltivabili;

– mantiene il paesaggio alpino tramite lo sfalcio dei prati e lʼuso del pascolo;

– non essendo intensivo, è una tipologia di allevamento ecologicamente più sostenibile della zootecnia di pianura (che di solito non si può permettere animali al pascolo);

– produce alimenti di grande valore nutrizionale e organolettico, grazie al pascolamento delle greggi (formaggi a latte crudo e carne allʼerba), come dimostrato ormai da numerose ricerche universitarie anche in Valle Maira;

– produce letame di qualità, necessario per la concimazione in loco.

Ostacoli allo sviluppo del primario

Chi pratica agricoltura in zona montana conosce bene lʼaggravio di difficoltà che deve affrontare per svolgere la sua attività, difficoltà connesse alle caratteristiche morfologiche del terreno di solito in declivio, allʼaltitudine e allʼinnevamento, alla ridotta viabilità etc, che sono solo in parte mitigabili con lʼutilizzo di tecnologia appropriata e che comunque sono accettate dal montanaro come condizionamenti e limiti “naturali”. A tali difficoltà si sono però aggiunti negli ultimi anni, in particolare con il recepimento di direttive europee, ostacoli di origine normativo che indeboliscono i tentativi già avviati di rinascita del settore primario. Si tratta di veri e propri oneri supplementari posti allo svolgimento dellʼattività agricola, tutti di origine “umana”, che una politica distratta o lontana o ignara delle condizioni locali ha posto in modo sconsiderato. Tra questi ostacoli aggiuntivi occorre denunciare:

1.     Reintroduzione dei selvatici. Con lo spopolamento della montagna, tra gli anni ʼ70 e ʼ90, la montagna ha subito, di solito inconsapevolmente, lʼimmissione di selvatici a scopo venatorio o ambientalista (da noi cinghiali, caprioli, cervi, rapaci, lupi) che ha reso sempre più impegnativa la difesa delle coltivazioni, che subiscono regolarmente molti danni. Le attuali norme sulla caccia, in particolare la legge nazionale di riferimento, non permettono al contadino lʼeliminazione del selvatico sul proprio fondo anche quando questi causa ripetuti danni al frutto del suo lavoro. Negli ultimi anni la presenza ormai stabile in Valle Maira e Grana di branchi di lupi costituisce una minaccia costante anche per la zootecnia, sinora unica attività agricola risparmiata dai danni dei selvatici.

2.     Rigida applicazione di normative ASL. Occorre la volontà politica di contestualizzare le normative sanitarie alla realtà montana, caratterizzata da produzioni di limitate dimensioni; occorre sfruttare le deroghe che in gran parte anche la legislazione europea permetterebbe, ma che funzionari scrupolosi non si sentono autorizzati ad adottare. In particolare le piccole produzioni casearie aziendali hanno sofferto, sino a scomparire quasi del tutto, della rigidità nella applicazione delle normative sanitarie pensate per ben altri stabilimenti. In generale i controlli, quando necessari, andrebbero limitati al prodotto, sgravando la piccola azienda di montagna dai controlli amministrativi e cartacei, che comportano oneri burocratici e costi che incidono troppo sulla sua piccola economia.

3.     Legislazione forestale. In Piemonte, ma non solo, la nuova legge forestale (2009) impone la conservazione del bosco su terreni anche privati, intendendo come bosco qualsiasi terreno ricoperto di boscaglia dʼinvasione da almeno 10 anni, anche laddove catastalmente si trattava di campi e prati. In pratica si fotografa lʼesistente (per lo più in stato di abbandono colturale), rendendo molto difficile il ripristino di colture agricole. In particolare è il pascolo caprino ad essere penalizzato, che invece sarebbe ottimo strumento di recupero di terreni ormai improduttivi. Il quadro legislativo sembra fortemente condizionato d a l l ʼideologia ambientalista che vuole i l “rinselvatichimento” delle Alpi con il dominio incontrastato del bosco abitato dagli animali selvatici, ma interdetto a quelli domestici.

4.     Arpea e fotointerpretazioni. Si è creato un sistema di verifica dei contributi PAC per le aziende di montagna, che nessuno vuole o può correggere (né sindacati né Regione), basato sul controllo delle superfici agricole utilizzate tramite foto aeree che penalizza gravemente agricoltori nella fascia altimetrica 600-1500, fortemente alberata (non si accettano tare superiori al 50%). La maggior parte delle aziende che pascolano nella media montagna sono di fatto escluse dalla PAC, malgrado questa voglia in teoria premiare proprio la zootecnia sostenibile, non intensiva, in aree marginali!

5.     Accorpamento fondiario. Il frazionamento tradizionale della proprietà fondiaria caratteristico nelle Alpi occidentali, aggravato ad ogni successione ereditaria, ha creato col tempo una situazione ingestibile per la ripresa dellʼattività agricola su terreni abbandonati. Troppi i proprietari, sovente non rintracciabili gli eredi, alti i costi notarili per lʼacquisto di piccoli appezzamenti. La nascita già sperimentata altrove dei consorzi obbligatori o in generale ogni facilitazione legislativa a forme di accorpamento e riunificazione fondiaria sono condizioni indispensabili per la rinascita dellʼagricoltura montana.

6.     Riduzione dei costi del lavoro. Lʼagricoltura di montagna, solo parzialmente meccanizzabile, richiede molto lavoro. E dʼaltra parte, sempre più spesso arrivano richieste di lavoro da parte di giovani che, magari disoccupati, vorrebbero “cambiare vita”. Le due esigenze però raramente sʼincontrano. I contributi salariali son troppo alti per gli esigui margini dellʼeconomia montana. Occorrerebbe estendere lʼattuale riduzione dei costi contributivi in zona montana prevista per lʼassunzione a tempo determinato di altri agricoltori, a ogni persona residente in comune montano.

7.     Speculazioni sui pascoli. Occorre interrompere con interventi legislativi ad hoc la recente speculazione sugli alpeggi causata dai contributi PAC svincolati dallʼuso effettivo dei pascoli, che ne ha lievitato enormemente i prezzi di affitto stagionale, rendendoli di fatto sovente inaccessibili a chi veramente ha interesse a pascolare. In generale, per una rinascita dellʼagricoltura in montagna sarebbe fondamentale vincolare il contributo sullʼalpeggio allʼeffettivo investimento in loco della somma percepita: altrimenti, così come oggi accade, soldi dati per un territorio montano vengono poi spesi per ammodernare la cascina di pianura.

Conclusioni

Se intendiamo pensare ad un cantiere di sviluppo alpino per le valli Maira e Grana, in cui sperimentare forme innovative di investimento pubblico e privato e di gestione locale delle risorse, eventualmente da esportare, in caso di successo, in altre realtà montane similari, certamente occorrerà prestare unʼattenzione particolare al settore primario, vera spia di salute di un territorio. Da un lato interventi mirati, non a pioggia, nel quadro di una strategia condivisa, dallʼaltro azioni politiche finalizzate ad attuare quelle deroghe o quelle modifiche normative che, rendendo fertili gli investimenti realizzati, permettano la rinascita della vita economica e sociale della montagna occitana, da sempre luogo di libertà e di intraprendenza economica.

Elva, 18 settembre 2014

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